Davide De Marinis sul caso Mazzola: “Quella gente è solo stupida e ignorante che non c’entra assolutamente nulla con lo spirito del calcio”

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Davide De Marinis scuote il calcio: “Quelli che hanno infangato Mazzola e Baresi non sono tifosi”

Le parole di Davide De Marinis a PassioneCalcio.eu accendono il dibattito sul calcio italiano, sulle rivalità sempre più esasperate e sugli episodi che hanno accompagnato due lutti profondamente sentiti dal mondo del pallone. Il cantante e grande appassionato di calcio non usa mezze parole nel commentare quanto accaduto nei giorni scorsi, ma allo stesso tempo invita a non cadere in un errore altrettanto pericoloso: quello di mettere tutti i tifosi sullo stesso piano.

Al centro della riflessione ci sono due episodi che hanno suscitato polemiche e indignazione. Da una parte quanto accaduto in relazione alla memoria di Mazzola, dall’altra lo sfregio al murales dedicato a Baresi nella sede del Milan.

Due vicende diverse, ma accomunate da un elemento che De Marinis considera particolarmente grave: il mancato rispetto nei confronti di chi non c’è più.

“Quella gente non è affatto tifosa”

È proprio da qui che parte la sua riflessione. Per De Marinis, gli autori di gesti di questo tipo non possono essere considerati rappresentativi del tifo e della passione calcistica.

“Quello che è accaduto sia per Mazzola sia per Baresi è il classico esempio di gente frustrata che non è affatto tifosa.”

Una frase netta, destinata inevitabilmente a far discutere. Ma subito dopo arriva una precisazione che, nel ragionamento dell’artista, assume un’importanza fondamentale.

Non bisogna generalizzare.

De Marinis sottolinea infatti come la responsabilità di un singolo gesto, o di un gruppo ristretto di persone, non possa diventare automaticamente una condanna nei confronti di un’intera tifoseria.

“Vorrei però fare una precisazione importante: non bisogna commettere l’errore di generalizzare quando magari la responsabilità è di un gruppetto o di una singola persona.”

Un concetto che vale, secondo De Marinis, per entrambi gli episodi.

E proprio quando si parla di rivalità calcistica, la distinzione diventa ancora più importante: una cosa è sostenere la propria squadra, un’altra è trasformare l’avversario in un nemico da colpire anche fuori dal campo.

Il caso del murales di Baresi

Lo sfregio al murales dedicato a Baresi ha rappresentato uno degli episodi più discussi e ha riacceso una domanda che torna ciclicamente nel mondo del calcio: quando la rivalità smette di essere sana competizione e diventa qualcosa di diverso?

Per De Marinis, non tutto può essere ricondotto genericamente al cosiddetto “calcio tossico”.

La sua posizione è infatti più articolata.

L’artista distingue la contestazione, anche dura, dal superamento di un limite che riguarda il rispetto della persona e della memoria.

“Quanto al cosiddetto calcio tossico, non credo che questa sia la definizione più corretta.”

E qui arriva una distinzione destinata a far discutere.

Fischiare una squadra non significa odiare

Secondo De Marinis, il tifoso ha il diritto di contestare una prestazione quando ritiene che la propria squadra non abbia rispettato le aspettative.

L’esempio scelto è quello della Nazionale italiana e della prestazione contro il Belgio.

“Un conto è fischiare una brutta prestazione, come quella dell’Italia contro il Belgio, perché da spettatore pago per vedere altro e ho il diritto di protestare.”

Il punto, dunque, non sarebbe eliminare la passione, la critica o persino la contestazione.

Il problema nasce quando la rivalità supera il confine della normale dialettica sportiva.

Fischiare una squadra è una cosa. Imbrattare un simbolo, insultare la memoria di una persona scomparsa o trasformare un avversario in un bersaglio è un’altra.

È questa la linea di demarcazione individuata da De Marinis.

“Quella è ignoranza”

Il passaggio più duro dell’intervento arriva proprio alla fine della sua riflessione.

“Un altro è fare ciò che è successo a Torino o al murales di Baresi. Quella è ignoranza.”

Una definizione senza troppi giri di parole, accompagnata però ancora una volta da un’importante precisazione.

“Ribadisco non deve essere generalizzata, perché non tutti i tifosi sono così.”

È forse questo il messaggio centrale delle parole di De Marinis: condannare un comportamento senza trasformare quella condanna in un’accusa collettiva.

Un principio che, applicato al calcio, significa riconoscere che le tifoserie sono composte da persone diverse e che gli episodi più estremi non possono automaticamente diventare il ritratto di milioni di appassionati.

Ma quando la rivalità diventa odio?

La domanda rimane sul tavolo.

Il calcio italiano ha sempre vissuto di rivalità. Derby, sfottò, cori, provocazioni e discussioni fanno parte della cultura popolare legata allo sport. È proprio la contrapposizione tra due colori a rendere spesso una partita qualcosa di più di una semplice gara.

Ma esiste una differenza sostanziale tra avere un avversario e avere un nemico.

La rivalità può alimentare emozioni, appartenenza e spettacolo. L’odio, invece, rischia di spostare il centro della passione: non si tifa più soltanto per la propria squadra, ma si arriva a vivere principalmente contro quella degli altri.

Ed è proprio questo uno dei temi più delicati sollevati dalle parole di De Marinis.

La crisi del calcio italiano è davvero soltanto tecnica?

Il ragionamento porta inevitabilmente a un’altra domanda: la crisi del calcio italiano può essere considerata soltanto una questione tecnica?

La risposta di De Marinis, attraverso le sue parole, sembra invitare a separare i piani.

Una prestazione deludente può essere contestata. Un risultato negativo può generare rabbia. Un tifoso può pretendere di più dalla propria squadra o dalla propria Nazionale.

La passione, però, non dovrebbe trasformarsi in mancanza di rispetto.

Ed è qui che il discorso esce dal semplice terreno calcistico.

Perché se il calcio è anche uno specchio della società, il modo in cui viene vissuta la rivalità può diventare un elemento significativo per comprendere il clima che circonda lo sport.

Il messaggio di De Marinis: non tutti i tifosi sono uguali

C’è poi un aspetto che De Marinis ripete con particolare insistenza: non generalizzare.

È un concetto importante soprattutto quando episodi particolarmente gravi finiscono sotto i riflettori.

Il comportamento di una persona non può automaticamente rappresentare quello di un’intera tifoseria. E allo stesso modo, una rivalità storica non può essere utilizzata come giustificazione per comportamenti che vanno oltre il confronto sportivo.

Per De Marinis, dunque, il problema non è la passione.

Il problema è quando la passione perde il rispetto.

Dal tifo alla memoria: il confine che non dovrebbe essere superato

I casi citati nella sua riflessione hanno inoltre una caratteristica comune: riguardano la memoria di figure legate alla storia del calcio.

Ed è proprio questo elemento a rendere ancora più delicato il tema.

Si può discutere di una squadra, contestare una società, criticare un allenatore, fischiare un giocatore o esultare per una sconfitta dell’avversario. Sono dinamiche che fanno parte della storia dello sport.

Ma quando entrano in gioco persone che non ci sono più, il terreno cambia.

Il rispetto per la memoria dovrebbe rappresentare un limite condiviso, indipendentemente dai colori della propria squadra.

È questo, in definitiva, il punto più forte della riflessione di Davide De Marinis.

Il calcio ha ancora bisogno della rivalità

La provocazione finale è forse proprio questa: eliminare completamente la rivalità non sarebbe necessariamente la soluzione.

Il calcio vive di rivalità.

Senza il confronto tra squadre, città, colori e tradizioni perderebbe una parte importante della propria identità.

La questione, semmai, è capire dove tracciare il confine.

Da una parte ci sono lo sfottò, la competizione, il coro allo stadio, la critica e la voglia di vedere la propria squadra vincere.

Dall’altra ci sono gesti che non hanno più nulla a che vedere con il risultato di una partita.

Ed è proprio su questo confine che le parole di De Marinis assumono un significato particolare.

Le parole che fanno discutere

Il messaggio lanciato da Davide De Marinis a PassioneCalcio.eu è quindi chiaro: non bisogna confondere la passione con l’odio e, soprattutto, non bisogna trasformare il comportamento di pochi in un’accusa nei confronti di tutti.

La sua distinzione tra contestazione sportiva e mancanza di rispetto è il cuore dell’intervento.

Perché si può essere tifosi sfegatati, vivere una partita con enorme trasporto e persino arrabbiarsi per una prestazione deludente.

Ma, come ricorda De Marinis, il rispetto dovrebbe rimanere il limite invalicabile.

E forse è proprio questa la domanda che il calcio italiano dovrebbe continuare a porsi: quanto può essere accesa una rivalità prima di smettere di essere una parte del gioco e diventare qualcosa di completamente diverso?

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