Falcao Junior su Mourinho: “Come si fa a criticarlo dopo ciò che ha fatto per la Roma? I romanisti non li capisco”
Mourinho e la Roma, l’amore che qualcuno ha dimenticato: perché un vero Romanista non può cancellare le emozioni di Tirana
Dal trionfo in Conference League alle notti europee dell’Olimpico, passando per la delusione di Budapest: il rapporto tra José Mourinho e la Roma continua a dividere i tifosi. Ma c’è una domanda che merita una risposta: come si può dimenticare tutto quello che lo Special One ha rappresentato per il popolo giallorosso?
Ci sono storie di calcio che non si possono raccontare soltanto attraverso una classifica, un risultato o il numero di trofei conquistati. Ci sono allenatori che lasciano un segno destinato a durare ben oltre il tempo trascorso sulla panchina. E poi ci sono uomini che, nel bene e nel male, riescono a entrare nell’immaginario collettivo di una tifoseria, diventando parte di qualcosa che va oltre il rettangolo verde.
José Mourinho, per molti romanisti, è stato tutto questo.
Eppure, a distanza di tempo dalla sua esperienza sulla panchina della Roma, esiste ancora una parte del tifo che sembra non riuscire a riconoscergli il valore di quanto fatto. Critiche, attacchi personali, sarcasmo e giudizi spesso durissimi continuano ad accompagnare il nome dello Special One. Una contrapposizione che ha riacceso il dibattito tra i sostenitori giallorossi e che ha trovato una voce particolarmente decisa nelle parole di Falcao Junior.
Il suo messaggio parte da una domanda tanto semplice quanto provocatoria: come si può essere romanisti e arrivare a odiare José Mourinho, dimenticando le emozioni vissute durante il suo periodo alla Roma?
Una domanda che non riguarda soltanto un allenatore. Riguarda il significato della riconoscenza nel calcio, il valore dei ricordi e il modo in cui una tifoseria sceglie di raccontare la propria storia.
Il post di Falcao Junior riaccende il dibattito tra i tifosi della Roma
Il ragionamento di Falcao Junior è diretto e non cerca compromessi. Nel suo intervento, il punto centrale non è sostenere che Mourinho sia stato un allenatore perfetto o che ogni sua scelta debba essere considerata intoccabile. Il tema è un altro: la difficoltà di comprendere come si possa arrivare a disprezzare un uomo che, durante la sua esperienza in giallorosso, ha regalato alla Roma uno dei momenti più importanti della sua storia europea recente.
Il riferimento è inevitabile alla Conference League conquistata a Tirana nel maggio del 2022, ma anche alle grandi notti europee vissute allo Stadio Olimpico, alla cavalcata in Europa League e alla finale di Budapest del 2023.
Falcao Junior richiama soprattutto le emozioni. Quelle che non entrano nei tabellini, che non possono essere misurate con una statistica e che difficilmente possono essere cancellate da una valutazione tecnica o da una polemica del momento.
Il suo è un invito a ricordare prima di giudicare.
Perché nel calcio, specialmente a Roma, la memoria ha un peso enorme. I risultati contano, naturalmente. Le prestazioni contano. Le scelte degli allenatori possono essere discusse e persino contestate. Ma esiste anche una dimensione sentimentale che rende il rapporto tra una squadra e la sua gente qualcosa di profondamente diverso da una semplice valutazione professionale.
Ed è proprio su questo terreno che il discorso su Mourinho continua a dividere.
Tirana, la notte che nessun romanista dovrebbe dimenticare
Per capire il legame tra Mourinho e una parte importante della tifoseria romanista, bisogna tornare alla sera del 25 maggio 2022.
La Roma affronta il Feyenoord nella finale di Conference League a Tirana. In palio c’è il primo trofeo europeo della storia del club e, per una squadra che da anni insegue una soddisfazione internazionale, la possibilità di trasformare una stagione in qualcosa di indimenticabile.
La partita è sofferta, combattuta, tesa. La Roma passa in vantaggio con Nicolò Zaniolo e poi difende il risultato fino al fischio finale. Quando l’arbitro decreta la conclusione della gara, esplode una gioia che coinvolge giocatori, staff, tifosi presenti in Albania e milioni di romanisti davanti alla televisione.
È una liberazione.
Perché quella Coppa non rappresenta soltanto un successo sportivo. È la fine di un’attesa, la ricompensa per anni di speranze e delusioni, la possibilità di festeggiare un titolo europeo che mancava alla bacheca giallorossa.
Mourinho, in quella notte, diventa il volto di una vittoria destinata a restare nella memoria collettiva romanista.
Le immagini dello Special One con la coppa, l’abbraccio con i calciatori, la festa e la commozione sono entrate nella storia recente della Roma. Non è necessario considerarlo il migliore allenatore mai arrivato nella Capitale per riconoscere quanto abbia significato quella conquista.
Ed è qui che nasce la domanda sollevata da Falcao Junior: come si può arrivare a disprezzare completamente Mourinho senza fare i conti con ciò che quella notte ha rappresentato?
Si può discutere del suo calcio, delle sue dichiarazioni e delle sue decisioni. Ma cancellare Tirana dal racconto della Roma significa ignorare uno dei capitoli più belli della storia recente del club.
Mourinho e la Roma: non soltanto una Coppa, ma un’identità ritrovata
Il successo in Conference League è stato il punto più alto di un rapporto che, fin dal suo arrivo, aveva assunto una dimensione particolare.
L’ingaggio di Mourinho aveva acceso un entusiasmo enorme. La Roma non aveva scelto soltanto un allenatore dal curriculum prestigioso: aveva portato nella Capitale una personalità capace di attirare l’attenzione internazionale, di alimentare il dibattito e di trasformare ogni conferenza stampa in un appuntamento seguito anche da chi non tifava giallorosso.
Per molti sostenitori, la sua presenza aveva restituito alla squadra una centralità mediatica che sembrava essersi affievolita.
Mourinho sapeva parlare ai tifosi. Conosceva il peso delle parole, sapeva alimentare il senso di appartenenza e spesso si poneva come punto di riferimento di un gruppo chiamato a lottare contro difficoltà sportive e aspettative elevate.
Il suo rapporto con il pubblico dell’Olimpico è stato uno degli aspetti più significativi della sua esperienza. In diverse occasioni, lo stadio ha risposto con un entusiasmo straordinario, trasformando le partite europee in serate cariche di tensione, partecipazione e orgoglio.
Naturalmente, questo non significa che tutto sia stato perfetto. La Roma ha vissuto anche momenti difficili, sconfitte dolorose e periodi di gioco contestati. Alcune scelte tecniche hanno suscitato discussioni e la gestione della rosa è stata oggetto di valutazioni differenti.
Ma il punto sollevato da Falcao Junior non richiede di ignorare i problemi. Richiede di mettere ogni cosa nella sua giusta prospettiva.
Un allenatore può essere criticato senza essere disprezzato. Un’esperienza può essere giudicata nel suo complesso senza negare i risultati ottenuti. E una storia può concludersi senza che tutto ciò che l’ha resa speciale venga improvvisamente considerato privo di valore.
Le notti europee dell’Olimpico: quando la Roma diventava una cosa sola
Chi ha seguito la Roma durante le campagne europee di Mourinho ricorda bene il clima che si respirava nelle partite più importanti.
L’Olimpico pieno, il rumore che accompagnava l’ingresso delle squadre, la sensazione che ogni contrasto e ogni pallone potessero cambiare il destino della serata. Erano partite nelle quali la componente emotiva diventava parte integrante dello spettacolo.
Il cammino in Conference League aveva già mostrato quanto la Roma potesse trovare energia nel rapporto con il proprio pubblico. La stagione successiva, con l’Europa League, quelle sensazioni si sono ripresentate con ancora maggiore intensità.
La semifinale contro il Bayer Leverkusen è stata uno degli esempi più significativi.
Dopo aver vinto 1-0 all’andata, la Roma ha difeso il vantaggio in Germania, conquistando la qualificazione alla finale al termine di una partita di grande sofferenza. Non è stata una serata di spettacolo offensivo, ma una prova di resistenza, concentrazione e sacrificio collettivo.
Per i romanisti, quelle partite rappresentavano qualcosa di più di una semplice possibilità di qualificarsi al turno successivo. Erano occasioni per sognare un’altra finale europea, per immaginare un nuovo viaggio e per sentirsi nuovamente protagonisti sulla scena internazionale.
Mourinho aveva contribuito a costruire quell’atmosfera. La sua capacità di trasformare le competizioni europee in obiettivi centrali della stagione aveva dato alla Roma una direzione precisa.
Ecco perché, ancora oggi, molti tifosi associano il suo nome a quelle notti.
Non significa che ogni partita fosse memorabile o che ogni scelta fosse condivisibile. Significa riconoscere che, in un determinato periodo, la Roma è riuscita a vivere esperienze che hanno rafforzato il legame tra squadra e tifoseria.
Budapest, la ferita che ancora divide il popolo giallorosso
Se Tirana è il ricordo della gioia, Budapest è quello della delusione.
Il 31 maggio 2023, la Roma affronta il Siviglia nella finale di Europa League. La squadra giallorossa passa in vantaggio con Paulo Dybala, resiste alla pressione avversaria e vede il traguardo sempre più vicino. Poi arriva il pareggio, la partita si trascina ai supplementari e tutto si decide ai calci di rigore.
Il Siviglia conquista il trofeo.
Per i romanisti presenti in Ungheria, e per quelli che seguono la partita da casa, è una serata durissima. La sensazione è quella di essere arrivati a un passo da un’altra impresa senza riuscire a completarla.
Nel post di Falcao Junior, però, c’è un passaggio importante: Budapest non viene ricordata soltanto attraverso la sconfitta.
C’è il viaggio. C’è l’attesa. C’è la speranza che accompagna ogni finale. C’è l’orgoglio di esserci stati, di aver seguito la squadra fino all’ultimo appuntamento, di aver creduto in una possibilità concreta di vittoria.
E c’è anche la rabbia per una partita che molti tifosi avrebbero voluto vedere terminare in maniera diversa.
La delusione è legittima. La rabbia fa parte dello sport. Ma proprio perché Budapest è stata una ferita così profonda, per molti romanisti non può diventare un motivo per rinnegare tutto il percorso che aveva portato la squadra fino a quella finale.
La Roma non ha vinto l’Europa League. Questo è il dato sportivo. Ma raggiungere quella finale, dopo aver eliminato avversari importanti e superato una semifinale particolarmente impegnativa, resta un risultato significativo.
Si può discutere delle decisioni arbitrali, degli episodi e delle opportunità mancate. Si può analizzare la partita con lucidità, anche a distanza di anni.
Quello che appare più difficile da comprendere, nella prospettiva di Falcao Junior, è trasformare una sconfitta dolorosa nella negazione di un’intera esperienza.
Budapest è stata una delusione, ma non cancella Tirana. E Tirana non perde il suo valore perché Budapest è finita male.
Il caso Taylor e la rabbia per una finale che la Roma sentiva di poter vincere
La finale di Budapest è rimasta nella memoria romanista anche per le polemiche arbitrali.
L’arbitro Anthony Taylor è diventato uno dei nomi più contestati dai sostenitori giallorossi dopo la partita, soprattutto per alcuni episodi che hanno alimentato la convinzione di aver subito decisioni sfavorevoli in un appuntamento fondamentale.
La rabbia di quella sera è stata enorme e ha continuato a far discutere anche dopo il fischio finale. Per molti romanisti, la sensazione era che la squadra avesse perso un’occasione irripetibile per conquistare un altro trofeo europeo.
È comprensibile che una finale persa in circostanze così controverse lasci strascichi emotivi. Il calcio vive anche di queste sensazioni, e le partite più importanti spesso vengono ricordate attraverso gli episodi che ne hanno segnato il destino.
Tuttavia, è importante distinguere tra una convinzione diffusa tra i tifosi e una certezza assoluta su ciò che sarebbe accaduto in assenza di determinate decisioni.
Dire che la Roma avrebbe potuto vincere senza quegli episodi è una valutazione comprensibile. Affermare che la vittoria sarebbe stata garantita è un’altra cosa.
La certezza è che quella finale si è conclusa con il successo del Siviglia ai rigori e che la Roma ha dovuto fare i conti con una delle sconfitte più amare della sua storia recente.
Ma anche qui ritorna il ragionamento di Falcao Junior: la delusione non dovrebbe cancellare la gratitudine per il percorso compiuto.
Perché alcuni romanisti criticano Mourinho? Le ragioni di una divisione
Per comprendere davvero il dibattito, bisogna riconoscere che non tutti i tifosi contrari a Mourinho lo sono per invidia o per incapacità di apprezzare i successi.
Una parte delle critiche nasce da ragioni calcistiche precise: il gioco espresso dalla squadra, il rendimento in campionato, la gestione dei calciatori, alcune dichiarazioni pubbliche e il rapporto con la società.
Altri sostenitori ritengono che il valore di un allenatore debba essere giudicato considerando l’intero percorso, non soltanto le coppe vinte o le finali raggiunte. È una posizione legittima, soprattutto in una piazza che vive il calcio con aspettative elevate e che desidera vedere la Roma competere stabilmente per i traguardi più ambiziosi.
Esiste poi una differenza tra criticare le scelte di Mourinho e attaccare personalmente l’uomo.
La prima cosa fa parte del confronto sportivo. La seconda può trasformare il dibattito in una contrapposizione sterile, nella quale ogni risultato positivo viene minimizzato e ogni errore diventa la prova definitiva di un giudizio già formulato.
È proprio questa seconda dinamica a suscitare la reazione di Falcao Junior.
Il suo messaggio si rivolge a chi, secondo la sua lettura, sembra provare un risentimento particolare nei confronti dello Special One, come se riconoscergli un merito fosse un’ammissione di sconfitta personale.
Non è possibile stabilire che tutti i critici di Mourinho agiscano per invidia o per risentimento. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Ma è legittimo interrogarsi sul motivo per cui, nel calcio moderno, la discussione su un allenatore finisca così spesso per trasformarsi in uno scontro identitario.
A volte non basta più dire che un tecnico ha fatto bene o male. Bisogna schierarsi, difenderlo senza condizioni oppure contestarlo in ogni circostanza.
La verità, invece, può essere più complessa.
Mourinho ha avuto meriti importanti nella storia recente della Roma. Ha vinto un trofeo europeo, ha raggiunto una seconda finale continentale consecutiva e ha costruito un rapporto emotivo molto forte con una parte consistente del pubblico.
Allo stesso tempo, la sua esperienza può essere sottoposta a un’analisi critica senza che questo rappresenti un tradimento della tifoseria.
Il problema non è dissentire. Il problema nasce quando il dissenso diventa disprezzo e impedisce qualsiasi riconoscimento dei fatti.
Mourinho e la Roma: il peso di un trofeo in vent’anni di attesa
Nel ragionamento di Falcao Junior compare anche un dato simbolico: la difficoltà della Roma nel conquistare trofei nel corso degli ultimi decenni.
La Conference League del 2022 ha interrotto un’attesa importante e ha riportato una coppa europea nella bacheca giallorossa. Per una tifoseria abituata a vivere di passione, sogni e ambizioni, quel successo ha assunto un significato che va oltre il valore della competizione.
Non si trattava di una Champions League, né di uno scudetto. Ma era un trofeo europeo, conquistato in una finale vera, attraverso una partita difficile e un percorso che aveva richiesto continuità e resistenza.
E soprattutto era un titolo che la Roma poteva finalmente festeggiare.
Il paragone con gli anni precedenti nasce da questa consapevolezza: quando una squadra trascorre molto tempo senza vincere, ogni conquista assume un peso particolare. Non perché debba diventare automaticamente un successo superiore a qualsiasi altro, ma perché interrompe un’attesa e restituisce ai tifosi un ricordo concreto da custodire.
In questo contesto, Mourinho non può essere considerato un allenatore qualsiasi nella storia recente del club.
È stato l’uomo alla guida della squadra che ha vinto la Conference League. È stato il tecnico che ha condotto la Roma alla finale di Europa League dell’anno successivo. È stato anche il protagonista di un rapporto intenso, a tratti controverso, ma indiscutibilmente significativo con l’ambiente giallorosso.
Si può discutere sul valore complessivo del suo lavoro. Non si può però riscrivere la cronologia dei fatti per adattarla alle proprie preferenze.
La coppa del 2022 esiste. La finale del 2023 esiste. Le emozioni di quelle notti esistono.
E per chi le ha vissute, non sono ricordi facilmente sostituibili.
Un vero romanista deve amare Mourinho? La questione è un’altra
È probabilmente questo il punto più delicato dell’intera discussione.
Essere romanisti significa necessariamente amare José Mourinho?
No. Nessun allenatore può diventare una condizione obbligatoria per appartenere a una tifoseria. La Roma viene prima di qualsiasi tecnico, giocatore, dirigente o presidente. La sua storia è molto più lunga e complessa di quella di qualsiasi singolo protagonista.
Un tifoso può non aver apprezzato il gioco della squadra, può aver criticato Mourinho durante la sua esperienza e può continuare a considerare discutibili alcune delle sue decisioni.
Tutto questo non lo rende meno romanista.
Ma il ragionamento di Falcao Junior non sembra rivolgersi a chi esprime un dissenso motivato. Il bersaglio è soprattutto chi, attraverso offese e attacchi personali, sembra voler cancellare ogni aspetto positivo dell’esperienza dello Special One.
La differenza è sostanziale.
Non esiste un obbligo di amare un allenatore. Esiste, però, la possibilità di riconoscere ciò che ha fatto per la squadra che si sostiene.
Si può non condividere il suo carattere, non apprezzare le sue strategie comunicative o ritenere che il suo ciclo si fosse esaurito. Ma si può anche ammettere che Mourinho abbia contribuito a regalare alla Roma una notte storica.
La riconoscenza non impone il silenzio. Non vieta le critiche e non trasforma un allenatore in una figura intoccabile.
Significa semplicemente non permettere alle antipatie personali di cancellare la realtà.
Ed è forse questo il messaggio più interessante che emerge dal post: la necessità di distinguere tra l’analisi sportiva e il bisogno di denigrare qualcuno per dimostrare la propria posizione.
I Romanisti continueranno a tifare la Roma, prima e dopo Mourinho
C’è una frase che sintetizza bene il senso del messaggio di Falcao Junior: i romanisti continueranno a tifare la Roma.
È una precisazione apparentemente superflua, ma che in un dibattito polarizzato assume un significato preciso.
Sostenere Mourinho non significa mettere l’allenatore davanti alla squadra. Ricordare con affetto la Conference League non significa dimenticare che la Roma esisteva prima del suo arrivo e continuerà a esistere dopo la sua partenza.
Il tifo non appartiene agli allenatori. Appartiene ai colori, alla città, alla storia e a un legame che attraversa le generazioni.
Proprio per questo, chi difende Mourinho può farlo senza rinunciare alla propria identità romanista. Può riconoscergli dei meriti senza considerarlo superiore alla Roma. Può ricordare le sue vittorie senza trasformare ogni critica in un attacco personale.
Allo stesso modo, chi non lo ha mai apprezzato può continuare a sostenere la squadra, sperando che il futuro porti risultati ancora migliori.
Il vero terreno di confronto dovrebbe essere questo: quale Roma vogliamo vedere, quali obiettivi deve raggiungere e quale contributo hanno dato gli uomini che l’hanno guidata?
Il resto, soprattutto quando si trasforma in una gara a chi offende di più, rischia di diventare soltanto rumore.
La riconoscenza nel calcio: un sentimento sempre più raro?
Il dibattito su Mourinho racconta anche qualcosa del calcio contemporaneo.
Viviamo in un’epoca nella quale tutto viene giudicato rapidamente. Una vittoria può trasformare un allenatore in un genio, mentre una sconfitta può renderlo, nel giro di poche ore, il principale responsabile di ogni problema.
I social network amplificano questa dinamica. Le opinioni più dure ricevono spesso grande attenzione e le discussioni si trasformano in confronti tra schieramenti contrapposti.
In questo scenario, la memoria diventa fragile.
Si dimenticano le notti di festa, i gol decisivi, le trasferte affrontate con la speranza di assistere a un’impresa. Si dimentica la tensione prima di una finale e la gioia dopo un successo. Tutto viene ridotto all’ultimo risultato, all’ultima dichiarazione o all’ultima polemica.
La riconoscenza, invece, richiede una prospettiva più ampia.
Non significa giudicare positivamente ogni scelta del passato. Significa accettare che una persona possa aver lasciato un contributo importante anche senza essere stata perfetta.
Per molti romanisti, Mourinho resterà legato alla notte di Tirana, alla corsa europea del 2023 e a un periodo nel quale la Roma ha ritrovato una dimensione internazionale capace di accendere l’entusiasmo della tifoseria.
Per altri, il ricordo sarà più controverso, segnato dalle occasioni mancate e dalle critiche al gioco espresso.
Entrambe le letture possono convivere.
Quello che rende sterile il confronto è la pretesa che una delle due debba necessariamente cancellare l’altra.
Il tempo darà a Mourinho il posto che merita nella storia della Roma?
Il tempo tende a cambiare il modo in cui vengono giudicati allenatori e calciatori.
Quando un ciclo è ancora in corso, le polemiche sono inevitabilmente più accese. Le sconfitte sono fresche, le dichiarazioni vengono ricordate e ogni scelta tecnica continua a essere discussa.
Con il passare degli anni, invece, alcuni episodi perdono centralità e altri acquistano un valore sempre maggiore.
È possibile che anche il giudizio su Mourinho continui a evolversi. Le generazioni future potranno osservare la sua esperienza con una distanza diversa, mettendo a confronto i risultati, il contesto societario, le risorse disponibili e l’impatto che ha avuto sulla tifoseria.
Ma alcuni fatti resteranno immutati.
La Roma ha vinto la Conference League nel 2022 con Mourinho in panchina. Nel 2023 ha raggiunto la finale di Europa League. In quelle stagioni, migliaia di tifosi hanno vissuto trasferte, partite e momenti che rimarranno parte della loro storia personale.
Nessuna discussione sui social può cancellare queste esperienze.
Il giudizio tecnico potrà cambiare. La valutazione complessiva del suo lavoro potrà essere approfondita e corretta. Ma il posto occupato da Tirana nella memoria romanista non dipende da un dibattito online.
E forse è proprio questa la ragione per cui il tema continua a suscitare tanto interesse: Mourinho non è stato soltanto un allenatore che ha conquistato un trofeo. Per una parte importante del pubblico è stato il protagonista di una stagione che ha restituito un’emozione attesa per anni.
La Roma viene prima di tutto, ma i ricordi non si cancellano
Alla fine, il messaggio di Falcao Junior riporta la discussione al punto di partenza.
Come si può essere romanisti e arrivare a odiare Mourinho?
La risposta, probabilmente, non è uguale per tutti. Ci sono tifosi che hanno maturato un giudizio negativo per ragioni sportive, altri che non hanno mai apprezzato il suo modo di comunicare e altri ancora che continuano a considerare la sua esperienza soprattutto attraverso le occasioni perdute.
Ma esiste anche un’altra prospettiva, quella di chi ritiene che alcune esperienze meritino di essere ricordate con affetto, indipendentemente dalle imperfezioni.
Tirana è stata una notte di gioia. Le partite europee dell’Olimpico hanno regalato emozioni autentiche. Le vittorie e le qualificazioni hanno alimentato la speranza di arrivare ancora una volta fino in fondo.
Budapest, invece, ha lasciato una ferita. Una delusione che per molti tifosi non si è mai completamente rimarginata.
Tutto questo fa parte della stessa storia.
Non occorre trasformare Mourinho in un eroe senza difetti per riconoscergli un posto importante nella memoria della Roma. Non serve neppure condividere ogni sua parola per apprezzare ciò che ha conquistato con la squadra giallorossa.
La Roma è più grande di qualsiasi allenatore. Ma questo non significa che gli allenatori che hanno scritto pagine importanti della sua storia debbano essere dimenticati appena il loro percorso termina.
Il calcio è fatto di risultati, certo. Ma è fatto anche di viaggi, attese, abbracci, lacrime e speranze. È fatto di notti nelle quali un’intera città sembra respirare all’unisono.
Per chi ha vissuto Tirana, Mourinho resterà inevitabilmente legato a quelle emozioni.
E nessuna polemica potrà cambiare ciò che è accaduto.
Perché si può discutere di Mourinho, si possono contestare le sue scelte e si può persino non averlo mai amato. Ma dimenticare quello che la Roma ha vissuto durante il suo ciclo significa rinunciare a una parte importante della propria memoria calcistica.
La Roma viene prima di tutto e continuerà a essere il centro del tifo giallorosso. I suoi sostenitori continueranno a riempire l’Olimpico, a soffrire per una sconfitta e a esultare per una vittoria, con Mourinho o senza di lui.
Ma chi ha provato certe emozioni sa che non tutto si misura con una classifica.
Ci sono notti che rimangono dentro. Ci sono coppe che diventano ricordi di famiglia. E ci sono allenatori che, nel bene e nel male, finiscono per entrare nella storia di una squadra.
Per molti romanisti, José Mourinho è uno di questi.
E forse, al di là di ogni divisione, è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dalla capacità di ricordare, di riconoscere i meriti e di continuare a discutere senza trasformare il calcio in una guerra personale.
Perché essere romanisti significa anche questo: sapere che la Roma viene prima di tutto, senza dover cancellare chi, per un tratto della sua storia, ha contribuito a farci sognare.
